Torna all'OsservatorioBlog

La solitudine dell’allenatore

22 giugno 2026 · DILLYDONG

Fare l’allenatore è una delle esperienze più belle che il calcio possa offrire. Ed è anche una delle più solitarie.

La solitudine dell’allenatore non dipende dal numero di persone che ha intorno. Anzi. Spesso l’allenatore è circondato da giocatori, collaboratori, dirigenti, genitori e tifosi. Eppure ci sono momenti in cui si sente tremendamente solo.

È solo quando deve scegliere una formazione e sa che qualcuno rimarrà deluso. È solo quando deve comunicare a un ragazzo che giocherà meno di quanto sperava. È solo quando, dopo una sconfitta, torna a casa e ripercorre mentalmente ogni dettaglio della partita chiedendosi se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. È solo quando deve difendere una scelta nella quale crede, anche se in quel momento nessuno sembra comprenderla.

Ogni allenatore conosce queste sensazioni. Probabilmente molto più di quanto sia disposto ad ammettere.

Nel nostro ambiente siamo stati educati a mostrare sicurezza, competenza e controllo. L’allenatore dovrebbe avere sempre una risposta pronta, dovrebbe sapere sempre cosa fare e trasmettere continuamente certezze. Ma la realtà è molto diversa. Allenare significa convivere quotidianamente con l’incertezza.

Perché il calcio è fatto di persone. E le persone non sono prevedibili.

Una stessa esercitazione può produrre effetti completamente diversi da un gruppo all’altro. Una stessa frase può motivare un giocatore e demotivarne un altro. Una scelta apparentemente giusta può non produrre il risultato sperato. E una decisione presa con tanti dubbi può rivelarsi, col tempo, la migliore possibile.

Per questo fare l’allenatore significa assumersi una responsabilità enorme. Ogni parola lascia qualcosa. Ogni comportamento viene osservato. Ogni decisione genera conseguenze. E questa responsabilità, con il tempo, può diventare emotivamente pesante.

Soprattutto perché la maggior parte degli allenatori vive tutto questo cercando contemporaneamente di tenere in equilibrio anche il resto della propria vita. Il lavoro, la famiglia, le responsabilità economiche, il poco tempo a disposizione, il desiderio di aggiornarsi, la sensazione di non studiare abbastanza e la paura, a volte silenziosa, di non essere all’altezza delle aspettative.

Esiste poi una forma di solitudine ancora più particolare. È quella dell’allenatore ambizioso. Quello che vuole migliorare continuamente. Quello che legge, osserva, prende appunti, si confronta e continua a porsi domande.

Perché più si studia il calcio e più ci si accorge della sua complessità.

E questa consapevolezza, spesso, produce una strana sensazione: quella di non sentirsi mai arrivati. Di non sapere mai abbastanza. Di poter fare sempre qualcosa in più per i propri giocatori.

Forse è proprio qui che nasce una delle più grandi fatiche del nostro mestiere.

L’allenatore dedica moltissimo tempo alla crescita degli altri e molto poco alla cura di sé stesso. Ascolta tutti, ma raramente viene ascoltato. Cerca continuamente di comprendere gli altri, ma poche volte qualcuno si ferma a chiedergli come stia veramente.

Eppure questa solitudine, per quanto difficile, rappresenta anche una parte della bellezza di questo lavoro.

Perché è proprio nei momenti di dubbio che gli allenatori crescono. È nelle sconfitte che imparano qualcosa di sé stessi. È nelle domande senza risposta immediata che costruiscono il proprio metodo e il proprio modo di essere.

Forse la parte più difficile dell’essere allenatore non è preparare una seduta, studiare un avversario o vincere una partita. Forse la parte più difficile è imparare a convivere con la responsabilità di guidare delle persone senza avere mai la certezza assoluta di stare facendo la cosa giusta.

Ed è probabilmente per questo che, dopo tanti anni, molti allenatori continuano ancora a studiare, a riflettere e a mettersi in discussione.

Perché in fondo il calcio è anche questo: un viaggio meraviglioso, complesso e profondamente umano. E, qualche volta, inevitabilmente solitario.