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Studiare calcio serve davvero? La domanda che divide gli allenatori.

20 giugno 2026 · DILLYDONG

Pochi argomenti accendono il confronto tra allenatori quanto questo.
Studiare oppure fare esperienza?
Da una parte ci sono coloro che affermano che il calcio si impari solo allenando, vivendo lo spogliatoio, sbagliando e correggendosi. Dall’altra ci sono allenatori che dedicano una parte importante del proprio tempo all’aggiornamento continuo. La realtà è che entrambe le posizioni, se estremizzate, diventano pericolose. L’esperienza senza studio rischia di trasformarsi in semplice ripetizione. Lo studio senza esperienza rischia di diventare accumulo di informazioni.

Il calcio moderno richiede entrambe le cose. Studiare non significa collezionare esercitazioni.
Non significa guardare dieci video al giorno. Non significa imparare parole nuove da ripetere in campo.
Studiare significa costruire un modo di pensare. Significa imparare a fare domande migliori.

Perché un principio funziona?
Perché una squadra difende in un certo modo?
Perché un’esercitazione produce determinati comportamenti?

Le risposte non si trovano soltanto nei libri e nemmeno soltanto sul campo. Nascono dall’incontro continuo tra teoria ed esperienza. Ed è qui che molti allenatori vivono una difficoltà reale. Hanno voglia di migliorare ma hanno poco tempo. Lavorano, si spostano, allenano, preparano le sedute, gestiscono problemi e relazioni. Alla fine della giornata le energie rimaste sono poche. Eppure continuano a cercare conoscenza.

Perché ogni allenatore, in fondo, porta dentro di sé una domanda silenziosa: «Sto facendo davvero il meglio possibile per i miei giocatori?»
Forse il vero obiettivo dello studio non è diventare più competenti degli altri. Forse è diventare una versione leggermente migliore di sé stessi. Un allenatore che studia non è automaticamente un bravo allenatore.

Ma un allenatore che smette di interrogarsi, di osservare e di imparare, prima o poi rischia di fermare anche la propria crescita.

E nel calcio, spesso, il problema non è sapere poco.

Il problema è smettere di essere curiosi.